La famiglia Scalabriniana
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la Festa dei Popoli 2008L'appuntamento promosso dai Missionari Scalabriniani in collaborazione con il Vicariato, si è svolto domenica 18 per la diciassettesima volta(di Graziella Melina) Sette lunghi nastri colorati accompagnano la piccola processione che porta il Vangelo fino all’altare. Tra i banchi, filippini, nigeriani, albanesi, peruviani, rumeni, italiani. Qualcuno indossa gli abiti tradizionali della propria etnia. Sull’altare, 20 gruppi di altrettante comunità si preparano ad animare la liturgia. Domenica 18 maggio, nella basilica di San Giovanni in Laterano, la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Robert Sarah, segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, era dedicata proprio a loro, il popolo dei migranti. I protagonisti della Festa dei popoli (ormai alla XVII edizione), promossa dai Missionari Scalabriniani in collaborazione con il Vicariato di Roma. «Noi oggi siamo qui per far conoscere questo modo diverso di incontrarci senza rivendicazioni, disuguaglianze, proteste. Desideriamo soltanto conoscerci meglio, rispettarci di più, rispettando e comprendendo la cultura dove oggi abitiamo, pensando a quell’integrazione di cui i nostri bambini sentono il bisogno, salvaguardando però i valori morali, religiosi, culturali delle nostre terre», ha detto monsignor Sarah durante l’omelia. «In questa maniera voi diventate un messaggio buono per gli intolleranti e gli integralisti». Di qui «la sfida a vivere nell’amore, a superare ogni confine proprio mentre sembrano ricadere le spinte verso il particolare, l’individualismo». «Con la globalizzazione – ha proseguito – le nazioni diventano multietniche». Così come la comunità cristiana. «È un processo inevitabile, e dobbiamo saperci inserire». «Vogliamo riconoscerci come persone capaci di vivere, collaborare, costruire una civiltà universale». Al termine della cerimonia, 20 membri di diverse comunità hanno ricevuto “l’invio missionario”. «In un tempo in cui tutti sono concentrati sull’immigrazione come fatto di cronaca – ha sottolineato padre Gaetano Saracino, organizzatore dell’evento – la Festa dei popoli si candida a essere una via di uscita da una realtà che viene solo dibattuta, ma che ci si palleggia come rapporto di forza tra immigrati e chi deve esercitare un ordine pubblico. Ecco, la Festa dei popoli – ha aggiunto – dice loro che una via d’uscita è possibile: far vivere insieme tutti i popoli così come stabilmente si vive nella città di Roma, esprimere, fare esprimere queste persone, soprattutto sottolineare il loro senso di appartenenza ad una comunità cristiana». Davanti alla basilica, 20 stand di comunità etniche e 18 di associazioni. La Festa è iniziata sin dalla mattina con una tavola rotonda dal titolo “Nel lavoro e nella vita quotidiana. Alcuni problemi delle donne migranti nella nostra città”. Un’occasione per molte donne straniere di confrontarsi e raccontare le proprie storie. Spesso di difficoltà, come quella di Christiane Patoupe. Una giovane donna che viene dal Camerun, in Africa, e da circa 5 anni è una rifugiata politica. «Non è facile trovare un lavoro per uno straniero, e per una donna immigrata dall’Africa nera è peggio». «Se per caso vi chiedono da dove arrivi, ti rispondono: no grazie», oppure «sono pronti a lasciarvi il lavoro più duro», racconta. Rifugiata in Francia, Germania e Inghilterra, arriva in Italia incinta di 7 mesi. «Venendo in Italia nessuno vuole riconoscere il tuo titolo di studio». Non solo. «Nessuno ti vuole dare una casa proprio perché sei donna». Marie Jean Dameg, filippina, invece vive in Italia da 23 anni. «Stando qui in Italia con una famiglia, un bambino, ho dovuto fronteggiare tanti problemi». Non ultimo quello degli affitti. Ora, però, ammette contenta, «ho comprato casa e pago un mutuo». Altro problema comune a molte di loro è poi quello della burocrazia. Cecilia Agyeman Anane è venuta in Italia dal Ghana 28 anni fa per imparare la lingua italiana. Ora lavora alla Fao. Da lei arriva una critica, anche a nome dei suoi connazionali: «Servono 14, 15 mesi per rinnovare il soggiorno». E aggiunge con orgoglio: «Per noi è un valore stare qui in Italia e vivere liberamente». Bisogna «vincere la sfida dell’integrazione, non accettare di essere schiavizzate, reagire alla violenze e pretendere il rispetto. E poi cominciare a diventare cittadinanza attiva. Fare delle cose per sé e per gli altri». Parla con determinazione Simona Farcas, romena, dell’“Associazione Italia Romania futuro insieme”. Della quale fa parte pure Oana Lungu, arrivata in Italia 4 anni fa per cercare un lavoro. «Ho iniziato a lavorare presso una famiglia italiana, ma il lavoro non mi bastava, e così ho cominciato a studiare». Lei organizza diverse attività, incontri, gite, «per uscire dalla monotonia», dice. Perché uno dei problemi dei giovani rumeni è proprio la mancanza di vita sociale. «Tanti per avere un soldo in più lavorano anche sabato e domenica». Karina Chavez Alvarez arriva dal Perú. «Per fare l’iscrizione di mia figlia all’asilo nido occorre la residenza». E lei ancora fatica ad averla. È un avvocato e qui fa la baby sitter. E così è costretta a portarsi dietro la bimba. «Ma quante mamme come me – sostiene - devono smettere di lavorare!». Marie Louise Ndiaye, dal Senegal, invece mette in gioco tutto il suo entusiasmo e la sua determinazione: «il mondo deve essere multiculturale e noi – dice con orgoglio - siamo una forza per la società italiana». Fuori, tra gli stand, la gente si incontra, si abbraccia. Noemi Granados viene dal Perú. È arrivata in Italia 16 anni fa. Ed è contenta. «Oggi è un grande evento per noi stranieri che ci troviamo fuori dalla patria, è un’occasione per conoscerci». La comunità latino americana a Roma si trova bene, dice. «Ormai siamo tanti e abbiamo cominciato a inserirci, e poi – ammette sorridendo -, il carattere latino ci avvicina molto agli italiani». Nello stand della comunità albanese si chiacchiera volentieri. Qualche bimbo è alle prese con i palloncini. «Ci ritroviamo nella parrocchia di San Giovanni della Malva. Facciamo catechesi – spiega suor Angelina –. La maggioranza degli albanesi sono musulmani, ma partecipano lo stesso alle nostre attività». «Noi non abbiamo grandi differenze con l’Italia – la interrompe Florenza, preoccupata per l’immagine negativa che spesso viene fuori dai giornali –. Ci sono tanti albanesi che studiano, hanno il senso della famiglia». «Io ho finito gli studi qui – le fa eco Lerina –, è stata una mia ricerca interiore scegliere di fare studi di teologia, visto che in Albania c’era un ateismo di Stato». «La comunità albanese ha sofferto molto», racconta poi, mentre spiega il significato di quelle uova rosse posate sul banchetto, proprio per ricordare gli anni in cui durante la Pasqua, erano costretti a portarle in chiesa di nascosto. Mostrano i loro prodotti artigianali, fatti di conchiglie, nello stand filippino. «Sono contentissima, ho trovato un lavoro, la famiglia, sono molto integrata», racconta Nelia Nolasco, mentre indossa il salakot, il tipico cappello che i contadini portano per ripararsi dal sole. E poi aggiunge con orgoglio: «Io sono una ex consigliera del municipio VIII». «Per noi è molto importante il momento della messa. Ci teniamo molto. Poi viene tutto il resto», spiega nello stand accanto Nieves Carrello, del Paraguay, in Italia da 31 anni e sposata con un italiano. «La nostra comunità è ben integrata», sottolinea poco dopo Geronimo Narveiz Torres, ambasciatore presso la Santa Sede, arrivato nello stand per salutare la sua comunità. Stessa soddisfazione nella comunità del Madagascar: «Vogliamo manifestare la nostra volontà a vivere tutti insieme», sottolinea Dama Rakotondrasedo, consigliere all’ambasciata presso il Quirinale. «Anche grazie a questi momenti di aggregazione e di interscambio – sottolinea – noi stranieri non pensiamo che siamo soli». 19 maggio 2008
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