La questione migrazioni
nei rapporti internazionali
di Pierluigi Natalia
Nell'agenda della diplomazia internazionale restano in evidenza le politiche di gestione dei fenomeni di migrazione e, più in generale, della mobilità umana. Su un tema tanto rilevante i toni di discussione, purtroppo, si fanno spesso più aspri di quanto non consiglierebbe l'interesse di tutti. Per esempio, la più importante iniziativa politica assunta questa settimana dal vertice del Mercosur, il mercato comune dei Paesi sudamericani, è stata proprio una critica assai dura nei toni, indipendentemente dal merito della questione, alla recente direttiva dell'Unione europea sui rimpatri degli immigrati irregolari.
A giudizio dei sudamericani, la direttiva europea contrasta con la tutela dei diritti dei migranti e con la correttezza dei rapporti internazionali e probabilmente anche con l'interesse economico degli europei stessi. Il Mercosur "lamenta che Nazioni generatrici di flussi migratori e che ora ricevono emigranti, non riconoscano, in base al principio della reciprocità storica, la responsabilità condivisa fra Paesi di origine, transito e destinazione". Il Mercosur respinge sia "la criminalizzazione della migrazione irregolare" sia "politiche migratorie restrittive, in particolare contro i settori più vulnerabili, come le donne e i bambini"; ricorda "il prezioso contributo" degli immigrati "allo sviluppo dei Paesi di accoglienza"; chiede di "garantire l'inserimento (...) con politiche di inclusione ampie, formulate con la partecipazione delle comunità di migranti".
Toni a parte, si tratta di considerazioni abbastanza in linea con i rapporti internazionali più attendibili (in ambito civile, per esempio, quelli dell'Onu, e in ambito cattolico quelli del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti). Tali rapporti, infatti, fanno giustizia - o meglio dovrebbero farla - di persistenti pregiudizi e sottolineano che i vantaggi apportati dalla migrazione non sono compresi come dovrebbero (e non solo in meri termini economici).
Il numero delle persone che vivono al di fuori dei propri Paesi di origine ha superato nel 2005, ultimo anno con dati certi, i 190 milioni, di cui 115 milioni in Paesi sviluppati e 75 milioni in Paesi in via di sviluppo (oggi si parla di 195 milioni, senza contare i rifugiati). Quasi la metà sono donne, tra l'altro più numerose dei migranti uomini nei Paesi sviluppati. Dato per scontato che a livello mondiale la questione femminile resta quella con le maggiori discriminazioni, proprio l'accesso delle donne a contesti lavorativi e sociali diversi da quelli d'origine è un possibile antidoto sul piano culturale ed economico, sia pure estremamente parziale, al loro stato di subordinazione.
Per quanto riguarda l'altra grande discriminazione - quella della forbice economica tra nord e sud del mondo - va ricordato che i migranti si muovono soprattutto da Paesi in via di sviluppo a quelli ad alto reddito. In quest'ultima categoria, peraltro, rientrano anche 22 Paesi a loro volta compresi tra quelli definiti in via di sviluppo (tra gli altri, Corea del Sud, Singapore, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Brunei, Kuwait, Qatar) e verso i quali l'immigrazione è cresciuta molto più velocemente di quella verso il resto del mondo. Questo significa, che i migranti "dal sud al sud" sono tanto numerosi quanto i migranti "dal sud al nord".
E, in ogni caso, lo spostamento verso il nord del mondo non riguarda certamente l'altro principale aspetto della mobilità forzosa, quello dei rifugiati. Nei Paesi europei e nordamericani, che pure vantano una almeno pluridecennale tradizione democratica, al dichiarato aumento del numero di arrivi non ha fatto riscontro un proporzionale aumento di riconoscimenti dello status di rifugiato ai richiedenti asilo. In altre parole, cioè, negli ultimi tempi i Governi dei Paesi ricchi sembrano più sensibili agli interessi economici (soprattutto alla manodopera a basso costo) che alla tutela dei diritti.
I Paesi ad alta industrializzazione restano la principale meta delle migrazioni e per loro questi arrivi sono un indubbio beneficio, se non altro sul piano economico. Nei Paesi ospitanti i migranti non solo svolgono lavori necessari, ma stimolano la domanda e migliorano la prestazione economica generale, per esempio con i contributi ai sistemi pensionistici.
Al tempo stesso, le rimesse mondiali dei migranti nei Paesi d'origine costituiscono un'importante voce di sia pur minimo riequilibro economico e finanziario. Nel 2005, ultimo anno documentato, tali rimesse ammontarono a 167 miliardi di dollari, l'equivalente del prodotto interno lordo di un Paese come la Grecia. Il dato si è triplicato in un decennio, passando da 58 miliardi di dollari nel 1995 a 167 miliardi di dollari appunto nel 2005, e costituisce un contributo cruciale allo sviluppo dei Paesi in questione, sia in cifra assoluta sia in percentuale.
Anche ammettendo che ogni singolo Governo sia legittimato a decidere se una maggiore o minore immigrazione sia desiderabile nel suo Paese, resta un obbligo della comunità internazionale concentrarsi sulla qualità e la sicurezza dell'esperienza migratoria e su che cosa possa essere fatto per massimizzare i benefici del suo sviluppo. In materia di migrazioni, invece, anche sul piano del contrasto all'irregolarità, si tende purtroppo più a penalizzare che a prevenire. Al contrario, sarebbe interesse dei Paesi industrializzati garantire un accesso fluido e regolato dei lavoratori immigrati e un sostegno all'imprenditoria immigrata. Così come sarebbero nell'interesse di tutti, programmi di formazione e progetti di cooperazione internazionale che impediscano la fuga di cervelli dai Paesi in via di sviluppo.
(©L'Osservatore Romano - 4 luglio 2008)