Centro Astali: P. Nicolas, preposito generale dei Gesuiti: «Un Paese chiuso non ha futuro»

L'incontro con il nuovo superiore generale, per discutere delle sfide che attendono anche la Compagnia di Gesù in materia di migrazioni e accoglienza, si è svolto al Centro Astalli
di Mariaelena Finessi

«Un Paese che si chiude a culture che arrivano dall'esterno non ha molto futuro». Un appello all'accoglienza è quello che padre Adolfo Nicolas , da gennaio Superiore Generale della Compagnia di Gesù al posto di Peter Hans Kolvenbach, ha rivolto all'Italia e all'Europa in vista della Giornata mondiale del rifugiato 2008. Ospite del Centro Astalli - sede italiana del Jesuit service refugees - per un incontro pubblico dal titolo ?Frontiere o barriere?? , l'11 giugno, in un Oratorio del Caravita gremito di fedeli, operatori della comunicazione e semplici curiosi, padre Nicolàs ha proposto una riflessione sulle migrazioni nel mondo, sull'attuale concetto di frontiera, sul pericolo di chiusura dei Paesi industrializzati alle richieste di accoglienza dei migranti e sull'urgenza di ripensare l'educazione delle nuove generazioni. Temi cari ai religiosi, com'è emerso dall'incontro tenutosi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo scorso e al quale hanno preso parte 226 gesuiti provenienti da tutto il mondo per discutere le sfide apostoliche che la Compagnia si troverà ad affrontare negli anni a venire.

«La paura è diventata uno strumento politico», questa la denuncia del gesuita. «Abbiamo bisogno di affermazioni continue e i nostri timori occulti di fatto ci rendono facilmente manipolabili» . Ma quello del padre generale, 29° successore di Sant'Ignazio di Loyola, docente di teologia alla Sophia University di Tokyo e, fino allo scorso anno, delegato per l'Asia orientale e Oceania, non è un ?no? definitivo alle frontiere: «Forse sono inevitabili al fine di costruire la nostra identità, il problema è che molte sono invece artificiali, basta guardare una cartina dell'Africa, i cui Stati sono divisi da perfette linee rette, concepite alla scrivania, che nulla hanno a che vedere con i confini morbidi e curvilinei delle frontiere naturali».

Allo stesso modo, «sono artificiali le frontiere umane» e «questo non è un bene», perché la chiusura in noi stessi diviene barriera invalicabile. Dovremmo allora «imparare dai bambini - è l'invito alla semplicità - che nell'altro non vedono lo straniero» ma la possibilità di un nuovo compagno di giochi. È per questo, allora, che «bisogna ripartire proprio dall'educazione dei più piccoli» , attualmente «in crisi in tutto il mondo» in quanto «unilaterale e orientata alla produzione». E, dunque, «privata di quella creatività che arricchisce e si alimenta delle diverse culture».

La mente corre ai missionari in Asia. «I più grandi sono stati italiani, Ricci o Nobili, per esempio. Uomini ? sottolinea il religioso iberico, 72 anni, originario di Palencia ? che hanno fatto ricorso alla creatività e all'immaginazione per instaurare un dialogo con la popolazione locale» . Immaginazione, cioè immedesimazione e memoria, ma in senso cristiano. «Come nell'Eucaristia, in cui teniamo vivo il ricordo di ciò che Cristo è stato e il sacrificio compiuto per gli uomini». Allo stesso modo gli italiani devono ricordare i tempi in cui erano loro gli emigranti, quelli sfruttati e derisi. Solo così non può sfuggire la sofferenza di quanti «vivono al limite dell'umanità».

 

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