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Mediatori interculturaliIl 79% sono donne. Una figura professionale sempre più richiesta: sono 328 gli iscritti nel Registro pubblico del Comune di Roma
da Redattore Sociale Dal Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione «Roma è guardata da vicino per la sua capacità di elaborare soluzioni strategiche per l’integrazione culturale». A dichiararlo è il direttore dello stesso dipartimento del ministero dell’Interno, il prefetto Mario Ciclosi, commentando l’istituzione del Registro pubblico dei mediatori interculturali del Comune di Roma presentato nei giorni scorsi al seminario “Il sistema resiliente: accoglienze e mediazione. L’avvio di un modello territoriale integrato” presso il centro cittadino per le migrazioni, l’asilo e l’integrazione sociale. Dopo l’esperienza della consulta per l’immigrazione e quella dei consiglieri aggiunti nei consigli comunale e municipali, a cui si deve tra l’altro l’idea di questo innovativo strumento, al registro sono iscritti oggi 328 esperti nella mediazione linguistica e culturale, il cui ruolo si definisce a partire dalla «facilitazione dei processi relazionali tra le persone» e «dalla promozione di un clima positivo di confronto nella comunità». Che funzione svolge in questo quadro il registro dei mediatori? Raggruppando un numero consistente di operatori del settore e indicando ovviamente il loro ambito di competenza linguistica e culturale, il registro si presenta prima di tutto come uno strumento capace di far incontrare con facilità la domanda e l’offerta del servizio. Non solo: a detta della stessa Raffaella Milano il registro vuole essere proprio «l’avvio di un processo di riconoscimento di questa figura professionale», che per il momento ha avuto senza dubbio il merito di riaprire un dibattito in materia. In primo luogo sulle modalità di impiego della mediazione negli uffici e negli sportelli territoriali. Dato che le comunità straniere presenti a Roma sono 192, è evidente che gli operatori non possono essere assunti stabilmente, pena la presenza di mediatori senza effettiva mediazione. Altra questione aperta, quella dei titoli di studio: in questa prima fase, anche i mediatori che hanno maturato soltanto un’esperienza sul campo potranno usufruire gratuitamente di un adeguato percorso formativo che gli consentirà di esercitare quella che si profila a tutti gli effetti come una “libera professione”. E non sono pochi i cittadini stranieri (o già italiani) che guardano alla mediazione come un valido ambito di esercizio professionale: tra gli iscritti al registro ci sono prevalentemente donne (circa il 79%) con in madia 40 anni di età; tra loro quasi la metà è laureata (44%), l’altra metà diplomata (51%). Dai loro curricula emerge una conoscenza trasversale a vari ambiti di intervento, l’appartenenza ad una o più comunità presenti a Roma, ma anche un’esperienza di integrazione ormai radicata.
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