Due mesi dopo la scadenza del termine
previsto dalla legge Bossi-Fini per la presentazione
delle domande di regolarizzazione, si naviga a vista.
E l'approdo appare ancora molto lontano.
Settecentomila immigrati in attesa di notizie. Con
loro, coniugi e figli i cui destini sono appesi all'esame
di una pratica. E ancora: centinaia di migliaia di famiglie
che hanno denunciato di avere alle proprie dipendenze
badanti e colf in nero, e tanti imprenditori che non
sanno (e non sapranno
ancora per molto tempo) se lo straniero che lavora nella
loro azienda può essere regolarizzato. Due mesi
dopo la scadenza del termine previsto dalla legge Bossi-Fini
per la presentazione delle domande di regolarizzazione,
si naviga a vista. E l'approdo appare ancora molto lontano.
Il Viminale non è in grado di fornire dati ufficiali,
alcune verifiche svolte a livello locale (anche da questo
giornale) portano a risultati per ora sconsolanti: meno
di mille pratiche sarebbero state finora esaminate a
Roma sulle 104mila presentate, un migliaio a Milano
a fronte di 87mila richieste. Procedendo con questi
ritmi, c'è chi ha ipotizzato due anni per portare
a termine la procedura su scala nazionale, ma i tempi
potrebbero allungarsi. Si deve riconoscere che l'esame
di 700mila richieste, molte più di quelle che
si prevedevano, non poteva risolversi in un'operazione-lampo,
e che le verifiche necessarie per controllare la documentazione
richiesta - e dunque evitare brogli anche da parte di
"agenti" di lavoro senza scrupoli - richiedono
tempi e organici adeguati. Ma questo, anziché
diventare un alibi, dev'essere un incentivo per dotare
una volta per tutte la nostra
amministrazione pubblica (in questi primi due mesi rivelatasi
impari al compito) degli strumenti indispensabili per
fare fronte ad operazioni del genere.
C'è un meccanismo di scambio che sta alla base
della «Bossi-Fini»: emersione dal «nero»
in cambio della regolarizzazione. Ma se per l'esame
di una pratica servono mesi, forse anni, viene minata
alla base la stessa logica su cui questo meccanismo
si fonda. E si moltiplicano gli interrogativi: com'è
la vita di uno straniero appeso a una ricevuta, che
non può aprire una posizione Inps o un conto
corrente, non può cambiare domicilio o lasciare
l'Italia neppure se gli muore un figlio o un genitore,
salvo farvi ritorno com'era entrato, cioè di
nuovo da clandestino? E quale sarà la sorte di
una badante che vede morire l'anziano presso cui lavora
prima di avere in mano la regolarizzazione? La legge
le concede sei mesi di permesso temporaneo per trovare
una nuova occupazione, ma quei sei mesi scattano solo
dal giorno in cui gli interessati vengono convocati
in prefettura per l'esame della pratica che li riguarda...
E ancor a: come si comporterà l'imprenditore
che tiene per mesi in azienda un dipendente dalla sorte
incerta?
È un piccolo campionario di casi meno sporadici
di quanto si possa pensare, pescati dalla vita quotidiana
e dalle cronache di questi mesi, che testimoniano quanto
sia urgente snellire l'elefantiasi che sta accompagnando
la regolarizzazione in corso. Superare il muro della
burocrazia pur senza violare l'obiettivo della legge
è il passo necessario per favorire una reale
integrazione di persone che vivono accanto a noi e che
contribuiscono allo sviluppo dell'economia nazionale,
ma che per lo Stato continuano a restare invisibili.
Tutto il tempo che saranno costrette a passare nel limbo
di «coloro che stan sospesi» sarà
tempo sottratto a quella normalità di cui, anche
in materia di immigrazione, questa società ha
sempre più bisogno.
Giorgio Paolucci (da Avvenire
del 15/1/2003) |