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2003 2002
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Pratiche a passo di lumaca

Due mesi dopo la scadenza del termine previsto dalla legge Bossi-Fini per la presentazione delle domande di regolarizzazione, si naviga a vista. E l'approdo appare ancora molto lontano.

Settecentomila immigrati in attesa di notizie. Con loro, coniugi e figli i cui destini sono appesi all'esame di una pratica. E ancora: centinaia di migliaia di famiglie che hanno denunciato di avere alle proprie dipendenze badanti e colf in nero, e tanti imprenditori che non sanno (e non sapranno
ancora per molto tempo) se lo straniero che lavora nella loro azienda può essere regolarizzato. Due mesi dopo la scadenza del termine previsto dalla legge Bossi-Fini per la presentazione delle domande di regolarizzazione, si naviga a vista. E l'approdo appare ancora molto lontano. Il Viminale non è in grado di fornire dati ufficiali, alcune verifiche svolte a livello locale (anche da questo giornale) portano a risultati per ora sconsolanti: meno di mille pratiche sarebbero state finora esaminate a Roma sulle 104mila presentate, un migliaio a Milano a fronte di 87mila richieste. Procedendo con questi ritmi, c'è chi ha ipotizzato due anni per portare a termine la procedura su scala nazionale, ma i tempi potrebbero allungarsi. Si deve riconoscere che l'esame di 700mila richieste, molte più di quelle che si prevedevano, non poteva risolversi in un'operazione-lampo, e che le verifiche necessarie per controllare la documentazione richiesta - e dunque evitare brogli anche da parte di "agenti" di lavoro senza scrupoli - richiedono tempi e organici adeguati. Ma questo, anziché diventare un alibi, dev'essere un incentivo per dotare una volta per tutte la nostra
amministrazione pubblica (in questi primi due mesi rivelatasi impari al compito) degli strumenti indispensabili per fare fronte ad operazioni del genere.
C'è un meccanismo di scambio che sta alla base della «Bossi-Fini»: emersione dal «nero» in cambio della regolarizzazione. Ma se per l'esame di una pratica servono mesi, forse anni, viene minata alla base la stessa logica su cui questo meccanismo si fonda. E si moltiplicano gli interrogativi: com'è la vita di uno straniero appeso a una ricevuta, che non può aprire una posizione Inps o un conto corrente, non può cambiare domicilio o lasciare l'Italia neppure se gli muore un figlio o un genitore, salvo farvi ritorno com'era entrato, cioè di nuovo da clandestino? E quale sarà la sorte di una badante che vede morire l'anziano presso cui lavora prima di avere in mano la regolarizzazione? La legge le concede sei mesi di permesso temporaneo per trovare una nuova occupazione, ma quei sei mesi scattano solo dal giorno in cui gli interessati vengono convocati in prefettura per l'esame della pratica che li riguarda... E ancor a: come si comporterà l'imprenditore che tiene per mesi in azienda un dipendente dalla sorte incerta?
È un piccolo campionario di casi meno sporadici di quanto si possa pensare, pescati dalla vita quotidiana e dalle cronache di questi mesi, che testimoniano quanto sia urgente snellire l'elefantiasi che sta accompagnando la regolarizzazione in corso. Superare il muro della burocrazia pur senza violare l'obiettivo della legge è il passo necessario per favorire una reale integrazione di persone che vivono accanto a noi e che contribuiscono allo sviluppo dell'economia nazionale, ma che per lo Stato continuano a restare invisibili. Tutto il tempo che saranno costrette a passare nel limbo di «coloro che stan sospesi» sarà tempo sottratto a quella normalità di cui, anche in materia di immigrazione, questa società ha sempre più bisogno.

Giorgio Paolucci (da Avvenire del 15/1/2003)

 

 

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