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Messaggio della CEMI
per la Giornata Nazionale delle Migrazioni

«Accoglietevi come Cristo ha accolto voi» (Rm 15,7)

Anche quest’anno la Giornata Nazionale delle Migrazioni ci porta nel cuore del mistero cristiano. Il logo infatti è preso da quella parte della lettera ai Romani che viene sotto il titolo “Seguire l’esempio di Cristo” e costituisce conclusione e sintesi della sezione esortativa di tutta la Lettera: un’esortazione dunque, forte come un imperativo categorico, all’accoglienza verso tutti, anche verso il migrante.


Il credente non ignora i complessi e talora scabrosi aspetti che le migrazioni presentano, quelli sociali, antropologici, culturali, economici e politici, cui vanno aggiunti o piuttosto premessi anche quelli etici; ma al vertice di tutto, quale criterio ultimo di discernimento, di orientamento e di prassi sta il valore supremo dell’accoglienza. Questa ha già un alto significato morale e tanto colorito umano, ma per il cristiano va collocata nella luce esaltante che irradia da Cristo, a lui riconduce, con lui identifica ogni uomo e a titolo particolare lo straniero. Già la Giornata Nazionale dello scorso anno, con la provocatoria domanda “Dov’è tuo fratello?”, rinviava direttamente a Cristo “Primogenito fra tanti fratelli”, e solo di sfuggita richiamava la figura truce di Caino. E il motto della Giornata dell’anno precedente: “Non stranieri né ospiti, ma concittadini e familiari di Dio” (Ef 2,19) portava come quest’anno ad alta quota.
E tuttavia questa Parola di Dio è “viva, efficace e penetrante”, che scruta le profondità “dell’anima e dello spirito” (Eb 4, 12), fa tanta luce anche nella concretezza della vita quotidiana. Lo si può chiaramente rilevare dal contesto in cui è collocata (Rm 15,7) l’esortazione all’accoglienza. Questa infatti, nei versetti che precedono e seguono, ci viene presentata nei suoi tratti più salienti:
Accoglienza “cristiana” e profonda che parte dal cuore: “Dio… vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo” (v. 5).
Accoglienza generosa e gratuita, non interessata e possessiva: “Cristo non cercò di piacere a se stesso… si è fatto servitore” (vv. 3 e 8).
Accoglienza benefica ed edificante: “Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo” (v. 2).
Accoglienza doverosa verso i più deboli: “Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi” (v. 1).
Accoglienza che è memoria, perché “tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione” (v. 4); anche il ritornello ricorrente nell’A.T.: “Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto, perciò il forestiero dimorante tra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi” (Dt 24, 22; Lv 19,34).

 

 

Accoglienza ecclesiale con forte carica missionaria. Le varie citazioni, del tipo “Rallegratevi, o nazioni, insieme al suo popolo” (che seguono al versetto 7), richiamano quasi alla lettera il grande convegno ecclesiale del febbraio prossimo “Tutte le genti verranno a te” (Ap 15,4) sulla dimensione evangelizzatrice delle migrazioni. Non si metta però in secondo ordine la dimensione ecumenica, particolarmente oggi che vediamo i più grossi flussi migratori provenire dall’Europa dell’Est e tanto meno la dimensione “cattolica” nel senso che l’accoglienza, la vera accoglienza, dei migranti è manifestazione molto visibile e persuasiva della cattolicità della Chiesa.
Nella Giornata Nazionale delle Migrazioni la Chiesa in Italia aiuta ad aprire il nostro cuore a tutta la gente coinvolta nella mobilità umana e cioè anche ai milioni di italiani che vivono nel mondo; ai Rom e Sinti, ai fieranti e circensi, ai marittimi e aeroportuali. Un mondo variegato, conosciuto per lo più per sentito dire, ma al quale il cristiano deve avvicinarsi con l’amore del fratello, pronto all’accoglienza sull’esempio di Cristo.
Utopia? Certo il semplice appello all’accoglienza, per quanto altamente ispirato, non dà automatica concreta risposta a quanto ci assilla giorno per giorno, ad esempio alla diffusa paura e insicurezza tra la gente, al doveroso rispetto della legalità, alla salvaguardia della nostra identità, al diritto dello Stato di gestire una effettiva politica migratoria. Ma lo spirito autenticamente cristiano di accoglienza dà stile e coraggio nell’affrontare questi ed altri ardui problemi, dà soprattutto incrollabile certezza che “il Dio della speranza” (v. 13), come lo chiama S. Paolo a conclusione del brano citato, sta dalla nostra parte.

+ Alfredo Maria Garsia
Vescovo di Caltanissetta
Presidente della CEMI

 

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