| La parola
"cammino" ci ricorda una duplice realtà:
un movimento e una meta. La prima è la
condizione essenziale per essere "uomini in ricerca"
e la seconda dà senso al nostro camminare (senza
una meta cammineremmo a vuoto!).
Il cammino nel quale si realizza la Festa dei popoli
è rappresentato dai suoi due ambiti principali:
le comunità immigrate
e la chiesa locale di Roma. Il cammino al quale
le comunità sono chiamate è quello anzitutto
di partire dalla loro identità, unione di cultura
e di fede, per giungere ad una comunione nella chiesa;
quello della chiesa locale è di esprimere la
sua identità di famiglia di Dio non identificata
con un territorio, una lingua, una cultura, ma con una
fede.
Il migrante è tentato di chiudersi nei propri
spazi, tanto a fatica conquistati, dove ritrova il suo
habitat naturale, la sua lingua, il suo cibo, la sua
cultura. Tutto questo è sicuramente importante
ma non può essere la meta del cammino. Anche
le comunità immigrate sono chiamate a riscoprirsi
parte della chiesa locale, responsabili di un
piano pastorale, a uscire da un vittimismo di una dura
condizione di emigrazione e a sentirsi indispensabili
per realizzare l'unità della famiglia cristiana.
Per la chiesa di Roma si delinea un cammino non solo
verso le grandi tappe, come la prossima festa dei popoli,
ma soprattutto verso la quotidianità della vita
della parrocchia: prendersi
cura dei migranti presenti sul suo territorio,
valorizzarli (come catechisti, animatori parrocchiali,
rappresentanti nel consiglio pastorale, ecc.), dando
loro gli spazi e le strutture necessarie, e sforzandosi
di trovare tempi comuni per celebrare l'eucaristia domenicale,
segno dell'unità di fede nella diversità
di espressione.
E' questa la ricchezza della
diversità che è scomoda perché
ci obbliga ad andare al di là del "mio"
e del "tuo" per iniziare a parlare del "nostro".
E allora la Festa dei popoli non sarà solo un
grande appuntamento di fine anno, ma la conclusione
di una cammino di comunione. |